Roberta De Antonio

 

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Incipit

 

Acronia

 

Torino, 10 luglio1999- aeroporto.
 
Dopo diversi e difficili anni, eccomi di nuovo su di un aereo diretto in Grecia.
Mentre l’hostess mima con aria apatica ciò che si dovrebbe fare in caso di pericolo, rileggo la lettera che, quasi fosse un “porta fortuna”, stringo in mano:

  Cara Michela,
l’ultima volta che ci siamo scritti è stato per gli auguri natalizi, il mio prolungato silenzio è dovuto al fatto che ho conosciuto, tramite Internet, una ragazza irlandese e, dopo alcuni mesi, abbiamo deciso di sposarci.
Dovrò lasciare nuovamente la mia amata Rodi per trasferirmi a Dublino ma, come tu ben sai, le sfide mi sono sempre piaciute e il mio lavoro è dove sono io.
Unico problema è Acate: non posso portarlo con me e i miei genitori sono troppo anziani per occuparsi di lui.
Mi chiedevo pertanto se non potesse tornare a vivere insieme con te in Italia; del resto quando abbiamo divorziato tu avresti voluto che te lo lasciassi, ma allora come potevo? Non eri neppure in grado di badare a te stessa: non avevi casa, né un lavoro; non promettevi nessuna sicurezza. Ora invece ti sei ripresa, e potrai badare a lui meglio di quanto potrei fare io, anche perché tu non hai nessun nuovo compagno. In queste circostanze sei la più idonea.
Per quanto concerne le pratiche non ti preoccupare: l’avvocato si è informato e poi ho amici sia nel settore medico sia in quello dei trasporti; l’unica cosa che manca è il tuo assenso.
Aspetto una risposta al più presto: devo pensare al mio matrimonio.
 Saluti
        Andros.

 

Per ricreare il viso di Andros mi ci vuole un po’ di tempo che,
diventa sempre più lungo con il passare degli anni.
Prima mi bastavano pochi istanti, poi sono occorsi cinque secondi,
poi trenta ora un paio di minuti.
La sua presenza è tuttavia sempre in me, come un’ombra nera e minacciosa.
Il primo particolare che ricordo sono le sue labbra.
Strette ma carnose e con una curiosa macchiolina a lato.
Non so per quale motivo, ma quando rideva il suo viso non assumeva mai un’aria dolce.
Il suo era un sorriso duro e calcolato.
Gli occhi mantenevano in ogni circostanza una luce fredda e distante.
Ora quando conosco una persona, per prima cosa, osservo la luce che da essi proviene.
Un’altra cosa che mi viene in mente erala cura che dedicava al suo fisico; per me abituata a considerare il corpo più come un fardello il vederlo mentre si impegnava a mantenerlo sempre scattante e in forma, mi affascinava e, quasi per emularlo, avevo iniziato anch’io a frequentare, prima volta nella vita, una palestra.
Sono trascorsi diversi anni da quando Andros mi chiese in moglie.
C’eravamo conosciuti all’Università: io matricola, lui assistente vincitore di un dottorato per tre anni dell’Università di Atene.
Aveva dovuto aspettare due anni, modificare i suoi piani iniziali, prima che decidessi di fidarmi di lui.
Divenne il centro di tutto il mio mondo; era colui che sempre mi avrebbe difesa, protetta; solo lui mi faceva sentire bella e desiderabile. Avevo voglia di stare con lui ogni minuto lontano comportava la gioia di rivederlo.
L’amore è così, ricordai.
Bastò una giovane e bella ragazza, perché la mia illusione si spezzasse.
Acate allora aveva solo due anni.
La separazione comportò la necessità di ritrovare un equilibrio non solo emotivo ma anche economico.
Andros mi sottrasse ogni cosa: la possibilità di essere madre e anche Acate.
Con una crudeltà che non gli conoscevo sostenne che non ero assolutamente in grado di prendermene cura.
Era meglio che andasse a vivere con lui, con la nuova compagna.
Completamente sola, dovetti riprendere in mano la mia vita, ricostruire le difese.
Trovai un lavoro come insegnante precaria di lingue, vivendo l’esperienza di venire sbattuta in ogni remota scuola della provincia con uno stipendio misero e regolarmente pagato con almeno un mese di ritardo, per poi essere azzerato nei mesi estivi.
Finalmente, dopo sette anni, ottenni “il ruolo” e il tanto sospirato contratto a tempo indeterminato.
 Mi inventai nuovamente in quel processo costante nella vita di ognuno: a ogni scossa della vita, pubertà, dolore, delusione, diventiamo qualcos’altro.
Perdiamo una parte di noi per acquisirne una nuova.
Di solito tutto questo avviene senza che la maggior parte della gente ne prenda consapevolezza.
Per me quella volta era stato diverso.
Avevo consapevolezza che dentro di me diversi mondi stavano lottando
Oscillavo da quello dell’infelicità più profonda e della collera a quello di ricerca di un equilibrio interiore in grado di rendermi l’artefice consapevole della mia esistenza, respingendo, la visione di un destino predeterminato contro il quale non si può fare nulla.
Se in questa metamorfosi avevo guadagnato una maggiore fiducia in me stessa e nella mia capacità di essere autosufficiente, pagai il caro prezzo di diventare più dura e la perdita di molte illusioni.
Avevo capito che se per una donna di bell’aspetto l’amore è quasi un diritto, per una come me rimaneva un sogno che, difficilmente, si sarebbe ripetuto.
Tutto questo mi ha portato a rendermi conto che essere felici può voler dire semplicemente saper vivere bene con se stessi e godersi la vita di tutti i giorni solo perché nulla ha infranto il nostro equilibrio interiore.
Far dipendere la propria felicità da qualcun altro difficilmente riesce.
Guardo fuori dal finestrino, e riflesso nell’azzurro del cielo vedo il mio viso: una pallida donna, ormai oltre la trentina, divenuta forte nonostante un corpo debole, vissuto quasi sempre come una prigione. Capelli lunghi ramati, bocca carnosa, occhiali graduati scuri da miope che celano due occhi azzurri.
Continuo a osservare da quella stretta visuale, lo sfondo di nuvole che nasconde ogni cosa, e ricomincio a ricordare.
Sono passati diversi anni dall’ultima volta che ho indossato un costume da bagno; il mostrare il mio corpo, deformato da un grave incidente, accadutomi quando ero bambina, non mi è mai rimasto facile; ancor più difficile è diventato dopo l’abbandono di Andros. Il passato ritorna vivo:
avevo circa otto anni ed ero riuscita a stringere amicizia con alcuni ragazzi del luogo.
Una mattina avevamo deciso di andare a fare il bagno presso degli scogli.
Ce n’era uno particolarmente alto; di lì, mi dissero, si gettavano solo quelli veramente coraggiosi. Una parola tira un’altra, in poco tempo nacque una scommessa: se volevo essere considerata una di loro, avrei dovuto lanciarmi.
Poco esperta e affetta già da una grave forma di miopia, avrei dovuto non lasciarmi coinvolgere, ma, quando si è bambini, non è facile essere razionali.
Così mi tuffai, ma non mi diedi una spinta sufficiente e caddi sugli scogli sottostanti.
Conseguenze: ferite su tutto il corpo, una deformazione della colonna vertebrale che medici, troppo frettolosi e interessati più alla loro carriera che alla felicità di una futura donna, non furono in grado di curare dovutamente.
Ancora oggi il mio corpo è deturpato da cicatrici e dalla presenza di un gibbo.
In qualche modo questi ricordi risvegliano ancora in me sopiti complessi di inferiorità covati nell’adolescenza e solo oggi, anche se solo dopo diversi anni di analisi, risultano superati in parte. È da pochi anni che sono capace di riassaporare e di godere del piacere dell’acqua marina sulla pelle; della sensazione di un corpo accarezzato e riscaldato da sole.
Non mi sono mai troppo a lungo soffermata a esaminare tutto ciò.
I problemi quotidiani allontanano a volte dai grandi nodi esistenziali.
Lo sguardo sempre rivolto a terra non permette di spaziare nell’immensità dell’infinito.
Ancora oggi tuttavia mi succede di sorridere in cuor mio con disprezzo per quelle donne che si lamentano di un lieve imperfezione fisica, o delle dimensioni dei loro seni.
Faccio un profondo respiro e sento la deformità e le non scelte divenire ancora una volta macigni che tentano nuovamente di schiacciarmi.
Mi impongo di far emergere quella parte di me che mi ha in questi anni permesso di credere che sarei stata in grado di rigenerarmi, di scoprire nuove anime in me nonostante tutto.
Dunque, bando alle tristezze, pensiamo che almeno potrò nuovamente riavere Acate.
Ormai sarà adulto; chissà se ancora mi riconoscerà?
Ci eravamo sposati da un anno con rito civile, quando una domenica mattina, dopo una litigata sul mio desiderio di tentare di avere un figlio da lui, Andros era uscito sbattendo la porta e con dure parole nei miei confronti.
Piansi, mi sentivo ancora una volta rifiutata; un figlio poteva essere rischioso per me, ma sarebbe stato una gioia per entrambi. Ritornò più tardi con quel piccolo groviglio di peli e di sporcizia, che poi sarebbe diventato Acate.
Era andato a prenderlo al canile municipale, me lo donò dentro uno scatolone trovato dalla fioraia sotto casa insieme con un mazzo di ireos blu e bianchi.
Quando vi guardai dentro non capii se si trattasse di un micino o di un cagnolino talmente era sporco e malandato, tuttavia mi conquistarono subito i suoi occhioni marrone sbarrati per la paura.
Lo presi in braccio e incominciai a ripulirlo con un batuffolo di cotone imbevuto in acqua di rose
Delicatamente, emerse un musino color grigio e due orecchie pendule dalla punta nera.
Iniziai a parlargli dolcemente per rincuorarlo; lui mi tese una zampetta e mi leccò dapprima la mano, poi tutto il viso.
Non senza apprensione mi resi conto che sarebbe diventato un cane di stazza grande. Dopo la toilette ci osservammo meglio.
Penso che sia stato quello l’istante in cui ci scambiammo la tacita promessa di amarci per il resto dell’esistenza.
Era il cane più dolce e affettuoso del mondo.
Andros in quel periodo appariva tranquillo e soddisfatto di sé.
Mi pareva di avere raggiunto la felicità e che sarebbe durata per sempre
Acate era quasi il tutore di tutto questo; era il nostro messaggero d’amore.  
Quando si è giovani ed innamorati tutto può apparire emblema di eternità.
Sobbalzo.
Un vuoto d’aria mi riporta alla realtà.
Osservo la gente attorno a me: nessuno si è accorto del mio stato d’animo.
Per passare il tempo ricontrollo per l’ennesima volta la prenotazione dell’albergo di Atene e gli altri documenti.
Prima di raggiungere Rodi ho deciso di concedermi un giro per quella terra che in passato mi ha regalato tanto.
Voglio riassaporare e rivivere impressioni di un passato atavico capace di legare a sé uomini di diversa età, cultura e nazionalità.
Tremila anni di storia sono qui sempre vivi e palpitanti.
E’ come penetrare in un cerchio magico, dove passato e presente si fondono, si mescolano in un gioco acronico(...).
Ad Atene antico e moderno si fondono più di quanto un turista “per caso” possa cogliere anche nel gesto di un cameriere che offre, senza tornaconto, un bicchiere di acqua fresca insieme alla consumazione al visitatore straniero, come non scorgere una traccia dell’antica ospitalità, secondo la quale il padrone di casa non poteva permettere che l’ospite se ne andasse senza un dono in suo ricordo?
Un taxista tarchiato mi si avvicina e mi strappa quasi dalle mani i bagagli; gli do l’indirizzo dell’albergo e mi siedo comodamente. La macchina sfreccia a una velocità inusuale anche per noi italiani; non ricordavo che qui tutti corrono all’impazzata. Mi afferro al sedile, so per esperienza che sarebbe inutile pregarlo di rallentare.
Finalmente, dopo una brusca frenata, si ferma. Sono arrivata.
L’hotel si trova nella parte più povera di Atene, ma su di esso troneggia l’Acropoli.
Guardo intorno: le case, tutte rigorosamente grigie, hanno le persiane ermeticamente chiuse e piccoli balconcini disadorni. Le poche botteghe hanno esposte misere mercanzie e sulla porta vi sono i vecchi con le loro facce arse dal sole e dagli stenti, concentrati a giocare a scacchi e a osservare i turisti che si aggirano ansiosi alla ricerca dell’affare, del tempio riportato sulla guida o solo di un posto dove dissetarsi.
Dov’è l’Atene piena di vita del mio immaginario? (…)

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venerdì, 08 luglio 2005