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Cara Michela,
l’ultima volta che ci siamo scritti è stato per gli auguri natalizi, il mio
prolungato silenzio è dovuto al fatto che ho conosciuto, tramite Internet, una
ragazza irlandese e, dopo alcuni mesi, abbiamo deciso di sposarci.
Dovrò lasciare nuovamente la mia amata Rodi per trasferirmi a Dublino ma, come
tu ben sai, le sfide mi sono sempre piaciute e il mio lavoro è dove sono io.
Unico problema è Acate: non posso portarlo con me e i miei genitori sono
troppo anziani per occuparsi di lui.
Mi chiedevo pertanto se non potesse tornare a vivere insieme con te in Italia;
del resto quando abbiamo divorziato tu avresti voluto che te lo lasciassi, ma
allora come potevo? Non eri neppure in grado di badare a te stessa: non avevi
casa, né un lavoro; non promettevi nessuna sicurezza. Ora invece ti sei
ripresa, e potrai badare a lui meglio di quanto potrei fare io, anche perché
tu non hai nessun nuovo compagno. In queste circostanze sei la più idonea.
Per quanto concerne le pratiche non ti preoccupare: l’avvocato si è informato
e poi ho amici sia nel settore medico sia in quello dei trasporti; l’unica
cosa che manca è il tuo assenso.
Aspetto una risposta al più presto: devo pensare al mio matrimonio.
Saluti
Andros.
Per ricreare il viso di Andros mi ci vuole un po’
di tempo che,
diventa sempre più lungo con il passare degli anni.
Prima mi bastavano pochi istanti, poi sono occorsi cinque secondi,
poi trenta ora un paio di minuti.
La sua presenza è tuttavia sempre in me, come un’ombra nera e minacciosa.
Il primo particolare che ricordo sono le sue labbra.
Strette ma carnose e con una curiosa macchiolina a lato.
Non so per quale motivo, ma quando rideva il suo viso non assumeva mai un’aria
dolce.
Il suo era un sorriso duro e calcolato.
Gli occhi mantenevano in ogni circostanza una luce fredda e distante.
Ora quando conosco una persona, per prima cosa, osservo la luce che da essi
proviene.
Un’altra cosa che mi viene in mente erala cura che dedicava al suo fisico; per
me abituata a considerare il corpo più come un fardello il vederlo mentre si
impegnava a mantenerlo sempre scattante e in forma, mi affascinava e, quasi
per emularlo, avevo iniziato anch’io a frequentare, prima volta nella vita,
una palestra.
Sono trascorsi diversi anni da quando Andros mi chiese in moglie.
C’eravamo conosciuti all’Università: io matricola, lui assistente vincitore di
un dottorato per tre anni dell’Università di Atene.
Aveva dovuto aspettare due anni, modificare i suoi piani iniziali, prima che
decidessi di fidarmi di lui.
Divenne il centro di tutto il mio mondo; era colui che sempre mi avrebbe
difesa, protetta; solo lui mi faceva sentire bella e desiderabile. Avevo
voglia di stare con lui ogni minuto lontano comportava la gioia di rivederlo.
L’amore è così, ricordai.
Bastò una giovane e bella ragazza, perché la mia illusione si spezzasse.
Acate allora aveva solo due anni.
La separazione comportò la necessità di ritrovare un equilibrio non solo
emotivo ma anche economico.
Andros mi sottrasse ogni cosa: la possibilità di essere madre e anche Acate.
Con una crudeltà che non gli conoscevo sostenne che non ero assolutamente in
grado di prendermene cura.
Era meglio che andasse a vivere con lui, con la nuova compagna.
Completamente sola, dovetti riprendere in mano la mia vita, ricostruire le
difese.
Trovai un lavoro come insegnante precaria di lingue, vivendo l’esperienza di
venire sbattuta in ogni remota scuola della provincia con uno stipendio misero
e regolarmente pagato con almeno un mese di ritardo, per poi essere azzerato
nei mesi estivi.
Finalmente, dopo sette anni, ottenni “il ruolo” e il tanto sospirato contratto
a tempo indeterminato.
Mi inventai nuovamente in quel processo costante nella vita di ognuno: a ogni
scossa della vita, pubertà, dolore, delusione, diventiamo qualcos’altro.
Perdiamo una parte di noi per acquisirne una nuova.
Di solito tutto questo avviene senza che la maggior parte della gente ne
prenda consapevolezza.
Per me quella volta era stato diverso.
Avevo consapevolezza che dentro di me diversi mondi stavano lottando
Oscillavo da quello dell’infelicità più profonda e della collera a quello di
ricerca di un equilibrio interiore in grado di rendermi l’artefice consapevole
della mia esistenza, respingendo, la visione di un destino predeterminato
contro il quale non si può fare nulla.
Se in questa metamorfosi avevo guadagnato una maggiore fiducia in me stessa e
nella mia capacità di essere autosufficiente, pagai il caro prezzo di
diventare più dura e la perdita di molte illusioni.
Avevo capito che se per una donna di bell’aspetto l’amore è quasi un diritto,
per una come me rimaneva un sogno che, difficilmente, si sarebbe ripetuto.
Tutto questo mi ha portato a rendermi conto che essere felici può voler dire
semplicemente saper vivere bene con se stessi e godersi la vita di tutti i
giorni solo perché nulla ha infranto il nostro equilibrio interiore.
Far dipendere la propria felicità da qualcun altro difficilmente riesce.
Guardo fuori dal finestrino, e riflesso nell’azzurro del cielo vedo il mio
viso: una pallida donna, ormai oltre la trentina, divenuta forte nonostante un
corpo debole, vissuto quasi sempre come una prigione. Capelli lunghi ramati,
bocca carnosa, occhiali graduati scuri da miope che celano due occhi azzurri.
Continuo a osservare da quella stretta visuale, lo sfondo di nuvole che
nasconde ogni cosa, e ricomincio a ricordare.
Sono passati diversi anni dall’ultima volta che ho indossato un costume da
bagno; il mostrare il mio corpo, deformato da un grave incidente, accadutomi
quando ero bambina, non mi è mai rimasto facile; ancor più difficile è
diventato dopo l’abbandono di Andros. Il passato ritorna vivo:
avevo circa otto anni ed ero riuscita a stringere amicizia con alcuni ragazzi
del luogo.
Una mattina avevamo deciso di andare a fare il bagno presso degli scogli.
Ce n’era uno particolarmente alto; di lì, mi dissero, si gettavano solo quelli
veramente coraggiosi. Una parola tira un’altra, in poco tempo nacque una
scommessa: se volevo essere considerata una di loro, avrei dovuto lanciarmi.
Poco esperta e affetta già da una grave forma di miopia, avrei dovuto non
lasciarmi coinvolgere, ma, quando si è bambini, non è facile essere razionali.
Così mi tuffai, ma non mi diedi una spinta sufficiente e caddi sugli scogli
sottostanti.
Conseguenze: ferite su tutto il corpo, una deformazione della colonna
vertebrale che medici, troppo frettolosi e interessati più alla loro carriera
che alla felicità di una futura donna, non furono in grado di curare
dovutamente.
Ancora oggi il mio corpo è deturpato da cicatrici e dalla presenza di un
gibbo.
In qualche modo questi ricordi risvegliano ancora in me sopiti complessi di
inferiorità covati nell’adolescenza e solo oggi, anche se solo dopo diversi
anni di analisi, risultano superati in parte. È da pochi anni che sono capace
di riassaporare e di godere del piacere dell’acqua marina sulla pelle; della
sensazione di un corpo accarezzato e riscaldato da sole.
Non mi sono mai troppo a lungo soffermata a esaminare tutto ciò.
I problemi quotidiani allontanano a volte dai grandi nodi esistenziali.
Lo sguardo sempre rivolto a terra non permette di spaziare nell’immensità
dell’infinito.
Ancora oggi tuttavia mi succede di sorridere in cuor mio con disprezzo per
quelle donne che si lamentano di un lieve imperfezione fisica, o delle
dimensioni dei loro seni.
Faccio un profondo respiro e sento la deformità e le non scelte divenire
ancora una volta macigni che tentano nuovamente di schiacciarmi.
Mi impongo di far emergere quella parte di me che mi ha in questi anni
permesso di credere che sarei stata in grado di rigenerarmi, di scoprire nuove
anime in me nonostante tutto.
Dunque, bando alle tristezze, pensiamo che almeno potrò nuovamente riavere
Acate.
Ormai sarà adulto; chissà se ancora mi riconoscerà?
Ci eravamo sposati da un anno con rito civile, quando una domenica mattina,
dopo una litigata sul mio desiderio di tentare di avere un figlio da lui,
Andros era uscito sbattendo la porta e con dure parole nei miei confronti.
Piansi, mi sentivo ancora una volta rifiutata; un figlio poteva essere
rischioso per me, ma sarebbe stato una gioia per entrambi. Ritornò più tardi
con quel piccolo groviglio di peli e di sporcizia, che poi sarebbe diventato
Acate.
Era andato a prenderlo al canile municipale, me lo donò dentro uno scatolone
trovato dalla fioraia sotto casa insieme con un mazzo di ireos blu e bianchi.
Quando vi guardai dentro non capii se si trattasse di un micino o di un
cagnolino talmente era sporco e malandato, tuttavia mi conquistarono subito i
suoi occhioni marrone sbarrati per la paura.
Lo presi in braccio e incominciai a ripulirlo con un batuffolo di cotone
imbevuto in acqua di rose
Delicatamente, emerse un musino color grigio e due orecchie pendule dalla
punta nera.
Iniziai a parlargli dolcemente per rincuorarlo; lui mi tese una zampetta e mi
leccò dapprima la mano, poi tutto il viso.
Non senza apprensione mi resi conto che sarebbe diventato un cane di stazza
grande. Dopo la toilette ci osservammo meglio.
Penso che sia stato quello l’istante in cui ci scambiammo la tacita promessa
di amarci per il resto dell’esistenza.
Era il cane più dolce e affettuoso del mondo.
Andros in quel periodo appariva tranquillo e soddisfatto di sé.
Mi pareva di avere raggiunto la felicità e che sarebbe durata per sempre
Acate era quasi il tutore di tutto questo; era il nostro messaggero d’amore.
Quando si è giovani ed innamorati tutto può apparire emblema di eternità.
Sobbalzo.
Un vuoto d’aria mi riporta alla realtà.
Osservo la gente attorno a me: nessuno si è accorto del mio stato d’animo.
Per passare il tempo ricontrollo per l’ennesima volta la prenotazione
dell’albergo di Atene e gli altri documenti.
Prima di raggiungere Rodi ho deciso di concedermi un giro per quella terra che
in passato mi ha regalato tanto.
Voglio riassaporare e rivivere impressioni di un passato atavico capace di
legare a sé uomini di diversa età, cultura e nazionalità.
Tremila anni di storia sono qui sempre vivi e palpitanti.
E’ come penetrare in un cerchio magico, dove passato e presente si fondono, si
mescolano in un gioco acronico(...).
Ad Atene antico e moderno si fondono più di quanto un turista “per caso” possa
cogliere anche nel gesto di un cameriere che offre, senza tornaconto, un
bicchiere di acqua fresca insieme alla consumazione al visitatore straniero,
come non scorgere una traccia dell’antica ospitalità, secondo la quale il
padrone di casa non poteva permettere che l’ospite se ne andasse senza un dono
in suo ricordo?
Un taxista tarchiato mi si avvicina e mi strappa quasi dalle mani i bagagli;
gli do l’indirizzo dell’albergo e mi siedo comodamente. La macchina sfreccia a
una velocità inusuale anche per noi italiani; non ricordavo che qui tutti
corrono all’impazzata. Mi afferro al sedile, so per esperienza che sarebbe
inutile pregarlo di rallentare.
Finalmente, dopo una brusca frenata, si ferma. Sono arrivata.
L’hotel si trova nella parte più povera di Atene, ma su di esso troneggia
l’Acropoli.
Guardo intorno: le case, tutte rigorosamente grigie, hanno le persiane
ermeticamente chiuse e piccoli balconcini disadorni. Le poche botteghe hanno
esposte misere mercanzie e sulla porta vi sono i vecchi con le loro facce arse
dal sole e dagli stenti, concentrati a giocare a scacchi e a osservare i
turisti che si aggirano ansiosi alla ricerca dell’affare, del tempio riportato
sulla guida o solo di un posto dove dissetarsi.
Dov’è l’Atene piena di vita del mio immaginario? (…) |