Roberta De Antonio

 

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Sette storie per un inverno

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Un cane una donna…oltre le parole

Sembrava una giornata uguale alle altre: gli stessi rumori, le stesse azioni; la medesima noia.

Dalla intensità della luce filtrante attraverso le sbarre, si poteva arguire che fuori da quel carcere, nel mondo esterno, era una giornata serena, una di quelle mattinate ricche di profumi frizzanti, capaci di far dimenticare l’odore stantio e di sudore che, invece, caratterizzava quel luogo.

Le lunghe e tediose piogge invernali con i loro freddi pungenti, dai quali era quasi impossibile ripararsi, parevano terminate e, nonostante la prigionia, pervenivano i primi aromi primaverili.

Si guardò intorno: dalla cella poteva osservare il lungo corridoio e le due porte situate alle estremità, quella a sinistra conduceva al cortile con le sue attività; per tutti loro queste rappresentavano l’apice dell’esistenza: era l’unico momento di serenità e di libertà.

Molti vivevano quella realtà da anni, senza più grandi illusioni.

Tutto si riduceva a quei brevi attimi di aria e a quelle passeggiate.

L’altra porta immetteva invece in un andito con altri locali, ugualmente tetri. Solamente che in ognuna vi stavano due ospiti. La presenza di un compagno non era di per sé un elemento positivo, perché indicava una detenzione a vita. Il sistema cercava di essere più umano possibile: regalava una compagnia in cambio della propria giovinezza.

Con la mente cercò di allargare il suo campo di osservazione e di abbracciare l’intero edificio: la struttura era una vecchia stalla abbandonata e riadattata con enormi finestre da cui filtrava una luce mai intensa e piacevole, ma sempre qualcosa che oscillava tra il verdognolo e il giallastro.

Più frequentemente irradiavano ombre grigio umido.

L’apertura della porta che dava nel cortile segnava anche il passare delle stagioni in quel luogo ai limiti della realtà e della vita.

Secondo la sua nozione del tempo c’erano ancora diverse ore di attesa prima dell’ultima uscita e fu proprio per questo motivo che, quando la porta venne aperta, tutti rimasero sorpresi.

Dalle gabbie si levarono i primi latrati, chiare invocazioni di un po’ di attenzione, di un gesto affettuoso, ma soprattutto richiami di libertà, di un attimo di refrigerio da quel girone di dolore e di solitudine.

Certe volte accadeva che estranei si avvicinassero e portassero via uno di loro. non era un presagio nefasto, anzi, quando succedeva, i guardiani mostravano letizia e gioia. si accostavano e parlavano con voce soave; chiaramente non si comprendevano: tra animali e uomini si stende un vasto abisso che solo a volte può essere colmato e non con tutti.

Bando a questi sofismi poco adatti a lui: cane scafato e ormai perfettamente assuefatto a quel mondo; tutta la sua vita, infatti, era trascorsa in una gabbia e mai era riuscito a capire gli esseri umani che lo circondavano.

Era nato in un canile e lì aveva visto andarsene prima i fratelli, poi la madre.

Lui era rimasto.

Quando, dunque, quel giorno la porta si aprì, non prestò attenzione alle due sagome che avanzavano controluce.

Sulle prime riuscì solo a distinguere in quella grigia penombra che si trattava di due donne: la prima, quando fu rischiarata dalla fievole luce, poté essere identificata: era la padrona del canile.

Tutto ora gli permetteva di riconoscerla: il leggero profumo di lavanda; il passo lento e pesante di una donna matura e infine il tono di voce energico e nel contempo carezzevole.

Osservò quindi, con finta indifferenza, l’altra figura: una ragazza esile, piccola, magra e senza alcun odore particolare.

Decretò che non l’aveva mai vista, pertanto non la degnò di un secondo sguardo. Non prometteva nulla di interessante: il suo passo leggero e incerto non garantiva alcuna passeggiata extra.

Sembrava un’aliena approdata per fatalità in quel mondo triste e uggioso dal quale non sapeva come volare via.

Si comportava come una delle tante visitatrici che, spinte dalla curiosità o da un falso senso di amore, entrano in un canile per poi non tornare.

A conferma della sua intuizione c’era il comportamento della padrona: faceva vedere all’ospite i diversi cani, senza mai però aprire una gabbia e invitare il suo occupante a uscire.

Pertanto, pur tenendole d’occhio, si acquattò sul tetto della cuccia fingendo di dormicchiare. Del resto si consolò, provava un intenso dolore a una zampa e non aveva voglia né di uscire né di sperare in una padrona tutta sua.

All’improvviso le due donne furono davanti a lui. Per la prima volta poté osservare attentamente la ragazza: grandi occhi esprimenti tristezza e stupore, eppure vigili a ciò che la circondava; una voce gradevole; il tono era forse un po’ troppo acuto ed emanava un profumo di pulito, di erba bagnata appena calpestata.

La gabbia improvvisamente venne aperta e lui legato a un guinzaglio.

L’insperata libertà lo inebriò.

Non importava dove venisse condotto, ciò che contava era il pullulare di aromi che lo stavano aspettando.

Odori dolci, acri, forti, nauseanti, ma sempre odori.

Tutto questo era sinonimo di libertà, di felicità.

La mano che lo reggeva era quanto mai incerta e ciò gli permetteva di spaziare come voleva, infilando il naso dappertutto. Rivedeva vecchi amici e anche qualche nuovo arrivato(….)

Nonostante il dolore lancinante che provava alla zampa, una sensazione di pura gioia si impadronì di lui e con irruenza continuò a trascinare la ragazza.

La sua felicità fu però di breve durata: la padrona si era accorta del suo zoppicare.

Con vigore si rimpadronì del guinzaglio e, con un tono di voce preoccupato, si diresse verso l’infermeria, trascinandolo frettolosamente.

Addio libertà. Addio ragazza. Addio rumori noti e rassicuranti.

La porta si richiuse seccamente dietro di lui.

Fu investito da una ondata olfattiva assai sgradevole, pungente e acre come la morte.

 

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E’ una giornata di aprile.

La mia vita ha subito una svolta drastica e decisiva: l’uomo che amo, mi ha lasciata per un’altra donna.

Dopo anni di intesa e di amore tutto è finito.

Per mesi ho vissuto come in trance: vagavo per la casa e per la vita come stordita, incapace di far esplodere il dolore che avevo dentro di me.

Desideravo solo dormire per non soffrire; apatica a ogni richiamo della vita. Tutto, a parte la sofferenza, mi era completamente estraneo.

E’ incredibile la forza della vita.

Un giorno, risvegliandomi da questo stato di indolenza, decisi di donarmi qualcosa che desse pura gioia.

Un cane.

Finché c’era stato Andrea non avevo potuto esaudire questo desiderio; era contrario all’adozione di una qualsiasi bestia.

"Gli animali devono vivere liberi e non schiavizzati dagli egoismi degli uomini."

Questa era la frase usuale con cui si concludeva ogni discorso sull’argomento.

Presa, dunque la decisione, senza riflettere più del dovuto su ciò che comporta avere un animale per casa, mi ritrovo a dieci chilometri da Torino, in un canile privato.

Tuttavia, già mentre parlo con la direttrice, la sicurezza iniziale principia a scemare: tutti quei cani che abbaiano fra il festoso e l’aggressivo mi spaventano e mi intimoriscono.

Sono veramente pronta ad assumermi la responsabilità di un altro essere vivente? Io, che a stento riesco nuovamente a riordinare la mia vita e a ritrovare la consapevolezza di me stessa? (...).

La titolare del canile, la signora De Marchi, quasi intuendo le mie perplessità, mi assilla con storie patetiche, fatte di abbandoni, sevizie e di soprusi; nel contempo, mi accorgo, tenta di sondare quanto possa essere capace di allevare e accudire un cucciolo. Su questo argomento mi sento sicura: fin da bambina ho vissuto insieme ad animali di ogni specie, dunque ho appreso a conoscerli e a rispettarli.

Inaspettatamente il mio sguardo cade su un cane dal manto nero, dalle orecchie pendenti ai lati di un muso aguzzo che ricorda in qualche modo, forse per la sua lunghezza, il famoso burattino nato dalla fantasia di Collodi, da due occhi simili a "due gocce di petrolio" dolcissimi ma anche vivaci e vigili.

Due sono le cose che mi colpiscono: la prima è che non abbaia, ma osserva con attenzione ciò che accade intorno a lui; inoltre se ne sta raggomitolato non dentro la cuccia, come per esserne protetto, indice di un cane dolce e pavido, ma sopra al tetto.

Sono troppo esperta per non intuire che può indicare un carattere indipendente, equilibrato e intelligente.

La signora De Marchi si accorge del mio interesse e, prima che possa dire o fare qualcosa, inizia a raccontarmi il suo passato, quindi, velocemente, lo lega al guinzaglio.

Mentre usciamo dal canile, continua a parlarmi, ma io l’ascolto distrattamente: sono troppo assorta nelle mie riflessioni; le sue parole mi provengono come echi trasportati dal vento.

Osservo meglio l’animale. Anche lui sembra soppesarmi.

Entrambi appariamo sorpresi(…).

A distogliermi dai miei pensieri è la sensazione che la signora De Marchi abbia inteso il mio silenzio come un consenso.

Con tono deciso mi dice che posso subito avere il cane, però è in quel preciso momento che si accorge del suo zoppicare. Con mio sollievo e suo rammarico ogni decisione deve essere rinviata: l’animale dovrà venire visitato e, se è in atto una infezione, essere operato. Solo una volta guarito mi potrà venire consegnato.

Emetto un sospiro di sollievo. Ogni decisione è rinviata.

Non so come, ma la direttrice mi fa promettere di tornare per rivedere il cane e conoscerci meglio durante la sua convalescenza.

Prometto.

Tuttavia non sono convinta di garantire il vero: è come se la mia mente incrociasse metaforicamente le dita dietro la schiena.

Guardo il cane mentre viene condotto nell’infermeria e non posso impedire che una sensazione di tenerezza si impadronisca di me, vedendolo allontanarsi con le orecchie abbassate e la coda fra le zampe.

Forse quel luogo gli ricorda chissà quali dolori.

Tornata a casa continuo a escogitare eventuali scuse da addurre per sottrarmi alla promessa fatta.

Per distrarmi accendo la televisione e all’improvviso appare l’immagine di Freddy Mercury. L’avvenimento non avrebbe nulla di straordinario di per sé, sennonché il cantante è ormai morto da sette anni e le sue canzoni hanno fatto da sottofondo ai periodi più difficili della mia esistenza e hanno sempre accompagnato i momenti decisivi della mia vita.

Irrazionalmente decido di considerarlo un segno. Stabilisco di prendere una decisione definitiva.

Adotterò quel cane.

Si chiamerà Mercury.

Nulla accade per caso.

 

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venerdì, 08 luglio 2005